Truffa carosello 1: perché Fastweb è vittima della frode


Ormai, agli occhi dell’opinione pubblica, la “frode Carosello” (vedi descrizione sotto, che illustra la tesi accusatoria) è nota come la “truffa dei 2 miliardi” ai danni dello Stato. In realtà, le cifre contestate sono largamente inferiori, ma non c’è stato alcun beneficio per la società telefonica: i soldi finiti nelle tasche dei criminali che hanno congegnato la truffa, sono usciti dalle casse di Fastweb che ha subìto un consistente danno patrimoniale. Ma procediamo con ordine.


Immagine by Corriere.it


1) La cifra contestata, secondo la ricostruzione della Procura di Roma, ammonta complessivamente a 333,8 milioni di euro; è questo il totale della frode realizzata attraverso quattro società estere attraverso due filoni illeciti paralleli, uno relativo a Fastweb, l’altro a Telecom Italia Sparkle. A Fastweb, in particolare, viene contestata un importo di IVA sottratta allo Stato pari a 38,6 milioni di euro circa (contro una cifra di circa 300 milioni di Telecom Italia Sparkle). In realtà, secondo quanto si legge a pagina 280 dell’ordinanza la cifra complessiva è frutto della differenza tra l’IVA pagata dalle società telefoniche  (336.486.005 euro) e quella effettivamente versata dai veicoli della banda criminale (i-Globe, Planetarium, Gpn e Telefox International), pari a 2.647.947 euro.


2) In sostanza, per limitarci alla posizione di Fastweb, la società è accusata di aver frodato l’IVA per 38 milioni di euro e di aver ricavato un profitto illecito complessivo di 11 milioni dal complesso di queste operazioni. Ma quei soldi vennero regolarmente versati dalla stessa Fastweb alle quattro “società cartiera” estere, attive sia nel traffico telefonico che nelle carte prepagate. Sono state queste ultime ad omettere il versamento allo Stato, mentre Fastweb ha fatto la sua parte secondo legge. Non vale nemmeno l’obiezione che, in questo modo, Fastweb ha potuto giovarsi del credito d’imposta. In realtà, Fastweb, dopo aver pagato cash questi 38 milioni di Iva, non ha mai incassato il relativo credito (portato regolarmente a bilancio) perché all’epoca era letteralmente sommersa da diverse centinaia di milioni di euro di crediti IVA prioritari relativi agli investimenti fatti per la costruzione della rete che aveva comportato uno sforzo di alcuni miliardi di euro. Quindi per Fastweb si profila un bilancio semplicissimo: una perdita di cassa pari a 27 milioni (38-11) e un margine, solo sulla carta, di 11 milioni. Al contrario, lo Stato non ha perso, rispetto alla società telefonica, un euro, perché i crediti IVA non sono mai stati incassati.


3) I soldi finiti nelle mani della gang criminale, insomma, sono usciti da Fastweb, non dallo Stato. Si è obiettato che le operazioni truffaldine hanno comunque generato volumi d’affari e maggiori margini industriali per Fastweb, provocando di riflesso una crescita del valore borsistico o di merito creditizio della società. In realtà, i ricavi delle attività oggetto di indagine tra il 2005 e il 2007 hanno rappresentato per Fastweb il 5,6% dei ricavi (contro il 22,5% di Telecom Italia Sparkle) mentre, dal punto di vista dei margini, l’operazione in questione ha rapresentato meno del 2% nel periodo preso in considerazione.


1.281 Commenti a “Truffa carosello 1: perché Fastweb è vittima della frode”

  • giovanni:

    Concordo sul fatto che la ricostruzione sia imprecisa, del tutto imprecisa… Ma ricordiamoci che i giornali del tempo prendevano le loro informazioni dalle veline redatte da manine interessate a… fare pubblicità!

  • Cesare:

    … è complicato – non si capisce niente!
    x certo chi sta alla guida di un’Azienda non riesce sufficientemente a proteggersi da organizzazioni criminali che dall’esterno ordiscono piani bizantini a beneficio delle loro cosche.
    Anzi, nel momento in cui avvengono questi fatti ha tutto il diritto di essere tutelato dalle organizzazioni dello Stato appunto preposte a proteggere le Aziende da attività criminali e truffaldine.
    (e non si attende certo di essere chiamato a rispondere di cose che “non poteva non sapere”).

    • stefano:

      Non è particolarmente complicato in realtà.. ma al di là di questo, o dimostrano che chi beneficia dell’operazione è l’azienda oppure se sono singole persone all’interno dell’azienda si perseguano quelle e non l’azienda in quanto tale (e i suoi vertici). E’ la presunzione di colpevolezza insita in certe attività d’indagine che mi fa imbestialire (e mi fa anche dire che o sono ignoranti o sono in malafede.. in tutti e due i casi è grave!).

  • stefano:

    La descrizione del Corriere è imprecisa.. l’avranno fatta i togaparty?! Il punto 1 e il punto 3, così come sono definiti, sono transazioni extracee (art. 8 e non art. 41), e non intracomunitarie come indicato. Detto questo, se IVA non è stata versata, è il soggetto B che non versa cosa centrano A o C? In secondo luogo, il 20% pagato a B da C come può diventare fondo nero?! se è un credito erariale, quel 20% come sparisce da C in modo da diventare nero?! l’unico modo è che B restituisca a C quel 20% in nero. E’ stato provato?! Che interesse avrebbe un’azienda che ha centinaia di milioni di euro di crediti IVA a crearsi un credito IVA (con un forte dispendio di risorse di cassa) ulteriore di importo così ridotto in proporzione? Ma soprattutto, perché Scaglia e gli altri sono ancora agli arresti???? Dove sta la loro pericolosità per le prove, per le indagini, per il reato, per la fuga???? E ancora: mi piacerebbe sapere la reale competenza tecnica dei togaparty su un’operazione del genere. Sanno di cosa parlano o si riempiono la bocca di cifre perché paiono molto roboanti?

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“Questo Blog è dedicato alla figura di Silvio Scaglia, imprenditore ed innovatore, protagonista di start up (Omnitel, Fastweb, Babelgum) oggi impegnato in nuove sfide come il rilancio de La Perla, marchio storico del made in Italy. E' un luogo di informazione e di dibattito per tutti gli stakeholders (dipendenti, collaboratori, clienti) ma anche comuni cittadini che hanno seguito le vicende in cui Scaglia, innocente, si è trovato coinvolto fino alla piena assoluzione da parte della giustizia italiana.” - Stefania Valenti, Chief Executive Officer Elite World