A colloquio con Vincino

Il «Disegnatore a difesa» torna sul Blog per raccontare la sua esperienza di romanziere da Tribunale… e per augurare a tutti voi buone feste!

Vincino, come mai hai deciso di aderire alla causa di Scaglia?

Perché fin dal primo momento ho avuto il sentore che ci fosse qualcosa di ingiusto. Ho voluto essere il testimone di quello che stava accadendo. Ma mi sono anche divertito. Ho disegnato me stesso nella parte del «disegnatore a difesa»: è stato come essere immerso in un teatro comico ed ho osservato i riti, ascoltato il linguaggio ed ero quasi sempre (purtroppo) l’unico rappresentante tra i narratori di “pubblico servizio”. Diciamo che facevo il supplente della stampa. Un po’ per senso del dovere, ma anche per bisogno, perché non mi piace costruire il mio lavoro sulla base dei racconti altrui. Sono un grande osservatore e mi documento molto. Voglio vedere di persona, per capire al meglio e tutto. Poi narro con il disegno. Come facevo mentre ero studente di Architettura quando passavo le mie giornate nelle chiese e nei palazzi per osservare la gente e carpire le loro storie. Per capire e far capire agli altri.

A processo concluso, cosa ti è rimasto della tua esperienza di “Disegnatore a difesa”?

Proprio l’altro giorno ho ripreso in mano i taccuini con i miei schizzi sul processo “Iva Telefonica”. Riguardando i disegni prodotti in 2 anni e mezzo su 90 blocchi ho scoperto una cosa: ho disegnato tantissimo i PM ma molto anche il Presidente con un’espressione arrabbiata, stufa, quasi annoiata. I miei appunti disegnati in tempi diversi rivelano un presidente che non capiva in che processo era capitato. Lo story board del processo rappresenta una radiografia psicologica di ogni personaggio presente in Tribunale: se avessi rivisto tutti i miei disegni il giorno prima della sentenza avrei tranquillamente potuto scommettere che i manager telefonici imputati sarebbero stati assolti dal Collegio giudicante. Non ho mai visto il presidente convinto dai PM. Il ritratto che già emergeva dai miei taccuini è quello di un Tribunale attento. Disegnare in un Tribunale è un lavoro stupendo che consente di dar forma ed espressione ai profili psicologici dei personaggi, momento per momento. Leggere attentamente nell’animo del potere e raccontare: alla fine è questo il lavoro da romanziere di un disegnatore.

Ti hanno assegnato il VI Premio Bruno Leoni per la tua battaglia civile a difesa di Silvio Scaglia e della situazione delle nostre carceri. Per il tuo essere un «happy warrior» mai stanco di combattere arroganza intellettuale e pregiudizi”. Cosa ha significato per te questo riconoscimento?

È stata una piacevolissima sorpresa. Mi avevano invitato a partecipare alla cena del Premio, non sapevo nulla. Ho apprezzato moltissimo non solo quanto mi è stato assegnato ma soprattutto la motivazione. Mi considerano un “happy warrior”, sono così di natura. Il disegno, più della parola, è uno strumento in grado di rendere “happy” il racconto, per me non può essere uno strumento di odio. Non riesco ad odiare neppure quando disegno una persona maligna. Io racconto l’umanità nella sua massima espressione. Come potrei odiarla?

Cosa non avresti mai voluto dover disegnare?

Mi è successo… e non l’ho disegnata.

 augurivincino

L’intervista a Mario Rossetti su TEMPI.IT: «Quello che mi è capitato non dovrebbe accadere a nessuno»

«Ho passato 100 giorni in galera da innocente perché “non potevo non aver capito”»

L’ex CFO di Fastweb, dopo l’assoluzione, rilascia un’intervista a Francesco Amicone. E alla domanda sul funzionamento o meno della giustizia italiana, Rossetti risponde: «Il nostro Codice di Procedura Penale è molto garantista, ma i giudici ne hanno applicato un altro, materiale, che non ha nulla a che vedere con quello scritto». «I PM – aggiunge Rossetti – non si sono voluti arrendere agli esiti della fase dibattimentale del processo. Nel mio caso sono arrivati a chiedere una condanna a 7 anni. Eppure non sono avvocati dell’accusa. Sono giudici, tutelati come tali. Ma nonostante la mancanza di prove, non hanno mai rinunciato alla loro teoria».

Leggi qui l’intervista.

Lettera a Dagospia di Massimo Comito

Lo sfogo dell’ex dirigente di TIS assolto «dopo 3 anni di dibattimento, 5 mesi di custodia intramuraria, 7 domiciliare, il licenziamento dall’azienda in cui lavorava da 20 anni», è stato «assolto per non aver commesso il fatto» (associazione a delinquere) e perché «il fatto non costituisce reato» (reati fiscali) insieme all’ing. Scaglia e altri 5 dirigenti di Fastweb e Telecom Italia Sparkle

 

«Oggi – scrive Comito a D’Agostino –, un tribunale libero, onesto, attento ai “fatti” processuali e coraggioso mi ha restituito l’onestà di fronte alla legge e riconciliato con la magistratura giudicante, ma rimane che certa stampa, che a titoli cubitali mi aveva già abbondantemente condannato, a stento cita il mio nome anche nelle già scarne notizie che riguardano l’assoluzione di questi 7 imputati delle cosiddette “telefoniche”».

«E le assicuro conclude –, non sarà facile né di breve termine “mettere una pezza” su tutte le assurdità pubblicate su di me e i miei co-imputati telefonici per settimane dopo il mio arresto e che compaiono come nella memoria di un elefante digitando il mio nome su google».

Leggi qui il testo integrale della lettera.

EUROPA: il commento di Sergio Scalpelli

Il Direttore Relazioni Esterne e Istituzionali di Fastweb: «la nostra giustizia è profondamente malata. Siamo al limite di una crisi verticale dello stato di diritto»

 

È un Sergio Scalpelli fermo e severo quello che su Europa ripercorre – senza nascondere l’emozione ancora viva di quei momenti concitati – l’incubo di Fastweb e di Silvio Scaglia iniziato il 23 febbraio del 2010. Quando con le ordinanze di custodia cautelare per alcuni manager della sua azienda iniziò «un bombardamento mediatico mostruoso» con titoli dei tg che scorrevano «associando Fastweb, la ‘ndrangheta, la banda Mokbel». Poi l’incubo del commissariamento di Fastweb che – scrive Scalpelli – «è costata a Stefano Parisi prima l’autosospensione, poi le dimissioni per salvare la società. Le accuse a Stefano sono state archiviate».

«Appare palese oggi, a processo chiuso – aggiunge Scalpelli –, ma a noi era chiaro già allora che è semplicemente demenziale che un gruppo di pm possa decidere della vita e della morte di una società, di un gruppo industriale». «In ragione di un’inchiesta iniziata nel 2006 – continua –, improvvisamente tre anni dopo vengono arrestate persone che, come sappiamo, erano innocenti, sottoposte a un regime violento di custodia cautelare, i loro beni bloccati, le loro mogli e i loro figli senza i mezzi di sostentamento elementari». Un dramma che – ricorda Scalpelli – ha sottolineato anche Silvio Scaglia «quando ha ricordato quante persone restano in carcere in attesa di giudizio, senza reti di protezione e di relazione che consentano alle loro famiglie di sopravvivere dignitosamente».

Leggi qui l’articolo.

Da Il Foglio: Il «pamphlet» delle vignette di Vincino

 

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L’EDITORIALE DI PIERLUIGI BATTISTA SUL CORRIERE DELLA SERA

Silvio Scaglia ha pagato un prezzo elevatissimo: è una «strage del diritto». Chi si prenderà la responsabilità di questa distruzione?

 

«Indicato al pubblico ludibrio come un pericoloso criminale, arrestato appena tornato in Italia per conferire con i magistrati che lo accusavano e privato della libertà per un anno, prima in uno sazio angusto dove perfino un maiale si sentirebbe soffocare, poi agli arresti domiciliari». Pierluigi Battista ricostruisce così il lungo periodo delle accuse patito da Silvio Scaglia, arrestato nella notte «come il peggiore dei malfattori» e dopo tre anni «assolto perché il fatto non sussiste». Una vita stravolta. «Chi lo ha privato della sua libertà senza prove invece, come al solito, non pagherà alcunché – commenta Battista – protetto da un’invulnerabile e iniqua irresponsabilità».

IL CASO SCAGLIA: GLI EDITORIALI DI OGGI

Alcuni dei commenti a margine della sentenza di assoluzione di Silvio Scaglia

 

LA REPUBBLICA

L’Amaca di Michele Serra incita alla fiducia in noi stessi nonostante il «deficit di giustizia che ferisce la coscienza pubblica» portando come esempi quello drammatico di Lea Garofalo ed il caso di Silvio Scaglia. Il patron di Fastweb – commenta Serra – «ha affrontato con una serenità e una forza d’animo ammirevoli un anno di insensata reclusione preventiva». Due casi diversissimi – quello della testimone di giustizia assassinata nel 2009 e quello di Silvio Scaglia –, ma nei quali è «forte e limpida la risposta individuale». E c’è un lungo silenzio mediatico che si rompe spesso «soltanto dopo che le vittime hanno avuto la forza di resistere all’ingiustizia». In completa solitudine.

 

L’UNITÀ

In un lungo commento, il Prof. Umberto Veronesi, denuncia lo stato del nostro sistema carcerario punitivo che è «contro la civiltà e la scienza», argomentando anche con le prime parole che Silvio Scaglia ha pronunciato dopo la sentenza di assoluzione: per il carcerato, nelle celle, «c’è meno spazio di quello che le leggi prevedono per i maiali». Ma «se neppure la dignità viene rispettata – si chiede Veronesi – come si può solo pensare a una rieducazione?».

 

LIBERO

«Quanto costa una persona che come Silvio Scaglia è stata ingiustamente privata della propria libertà e rinchiusa in una cella su ordine della magistratura?» – si chiede Maurizio Belpietro –. Una cifra enorme per le casse pubbliche – scrive, «prossima al mezzo miliardo di euro». «Ma è il minore dei costi – sottolinea Belpietro – perché per capire quanto pesi sulle finanze italiane un anno di carcere ingiusto come quello patito da Silvio Scaglia, si debba andare più a fondo: Quanto costa in termini economici la giustizia ingiusta? Se uno degli imprenditori più ricchi del Paese può essere messo ingiustamente in carcere per un anno ed essere accusato di un reato inesistente, chi verrà più in Italia a far l’imprenditore?».

 

IL MESSAGGERO

Enrico Cisnetto, nella sua rubrica Miseria e Nobiltà, parla di Silvio Scaglia e degli stranieri che evitano l’Italia.

La detenzione preventiva che Silvio Scaglia è stato costretto a subire nonostante non sussistesse alcuno dei tre motivi per comminarla (pericolo di fuga, reiterazione del reato e inquinamento delle prove, ndr) «rappresenta un’ingiustizia che non si cancella con la sentenza di assoluzione. Nel caso di Scaglia come in quello di tanti altri italiani – scrive Cisnetto – il problema non sta nella colpevolezza meno, quanto nell’utilizzo smodato della custodia cautelare, troppo spesso utilizzata come strumento di pressione per ottenere informazioni». La riforma della giustizia – spiega – non è un fatto tecnico ma un passaggio fondamentale per lavorare sulla competitività del sistema-Paese e sulla sua efficienza. «Scaglia – conclude Cisnetto – non ha mai smesso di credere nell’Italia e torna a pieno titolo protagonista del nostro capitalismo».

 

LA REPUBBLICA | Scaglia dopo l’assoluzione: «Il carcere peggio di come lo raccontano»

In una lunga e sentita intervista rilasciata a Roberto Rho di Repubblica, a poche ore dalla sentenza di assoluzione, Silvio Scaglia racconta dell’anno trascorso in stato di detenzione. «In cella meno spazio che per i maiali». E aggiunge: «Il mio caso dimostra che la giustizia in Italia funziona. Ma ci sono voluti troppo tempo e troppe sofferenze». «Il problema – spiega il fondatore di Fastweb – è la mancanza di garanzie per chi è in attesa di giudizio».

 

 

Leggi qui l’intervista.

 

 

 

La Repubblica 19-10-2013

“IVA TELEFONICA”: SCAGLIA ASSOLTO CON FORMULA PIENA

«È LA FINE DI UN INCUBO. HO CREDUTO NELLA GIUSTIZIA»

Stesso verdetto per Mario Rossetti (ex dirigente Fastweb) e Roberto Contin (Fastweb) e per i manager di TIS: Stefano Mazzitelli, Antonio Catanzariti e Massimo Comito. Mokbel condannato a 15 anni  

«Per me è finito un incubo. È stata una battaglia durissima che non doveva neanche iniziare». È la prima dichiarazione dell’ingegner Silvio Scaglia dopo la lettura della sentenza di primo grado del  processo per l’”Iva telefonica”. «Un pensiero – ha aggiunto – va alle tante persone che soffrono in carcere ingiustizie simili. Sono contento di aver avuto fiducia nella giustizia fino in fondo».  L’ingegner Scaglia, che era rientrato in Italia all’inizio delle indagini per mettersi a disposizione delle autorità inquirenti, è stato recluso per 90 giorni nel carcere di Regina Coeli ed ha scontato altri nove mesi in un rigido regime di arresti domiciliari.

L’ex numero uno di Fastweb è stato assolto nel processo per l’“Iva Telefonica” così come l’ex AD di Telecom Italia Sparkle, Stefano Mazzitelli e altri cinque imputati “telefonici”: il dirigente di Fastweb Roberto Contin, l’ex dirigente Mario Rossetti e gli ex funzionari di TIS Antonio Catanzariti e Massimo Comito. Gli ex imputati sono usciti dal processo, a seconda delle singole contestazioni, o con la formula «per non aver commesso il fatto» o «perché il fatto non costituisce reato». Cade così, per i manager delle aziende telefoniche, l’accusa di aver partecipato al presunto maxiriciclaggio di due miliardi di euro attraverso l’evasione dell’Iva.

Dopo oltre nove ore di camera di consiglio il Collegio della Prima Sezione penale del Tribunale di Roma, presieduto da Giuseppe Mezzofiore, ha invece emesso 18 condanne. La pena maggiore, 15 anni, è stata inflitta a Gennaro Mokbel, 8 anni per sua moglie Giorgia Ricci, 11 anni per il consulente Carlo Focarelli. Condannato a 7 anni l’ufficiale della Guardia di Finanza Luca Berriola, 6 anni e mezzo Antonio Ricci, 5 anni e 4 mesi è la condanna dell’avvocato Paolo Colosimo. Altri condannati: Luca Breccolotti (7 anni), Giuseppe Cherubini (6 anni e mezzo), Silvio Fanella (9 anni), Carlo Focarelli (11 anni), Vincenzo Fragomeli (6 anni e mezzo), Giovanni Gabriele (3 anni e mezzo), Aurelio Gionta (6 anni e mezzo), Maria Teresa La Torre (2 anni), Rosario La Torre (1 anno e 8 mesi), Luigi Marotta (3 anni), Massimo Micucci (6 anni e mezzo), Riccardo Scoponi (4 anni) e Bruno Zito (6 anni), già dipendente di Fastweb.

Nel corso della requisitoria i PM definirono la vicenda «una frode colossale, la più grande mai attuata in Italia da parte di pochi che hanno messo le mani in tasca a ciascuno di noi». L’inchiesta culminò nel febbraio 2010 con 60 arresti che squassarono i vertici di Telecom Italia Sparkle e di Fastweb, e che toccò anche la politica con il coinvolgimento dell’ex senatore Pdl Nicola Di Girolamo (ha patteggiato nel 2011 una pena a cinque anni di reclusione al termine del processo di primo grado).

Silvio Scaglia: ASSOLTO

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“Questo blog è dedicato a Silvio Scaglia. Per gli stakeholders di Babelgum e delle altre società che fanno capo all’ing. Scaglia (dipendenti, collaboratori, utenti della tv interattiva) in tutto il mondo, vuol essere un luogo di informazione e una tribuna di dibattito, nella convinzione che la estraneità di Silvio Scaglia verrà finalmente accertata e riconosciuta dalla magistratura italiana” - Stefania Valenti, Chief Executive Officer and Member of the Board - Babelgum