Fattore Umano | Stefano Mazzitelli: «Il carcere? Un impatto devastante»

 

L’ex Ad di TIS racconta al blog il trattamento subito da “presunto innocente”: «È mai possibile – dice – arrivare al colloquio di garanzia col Gip senza l’assistenza di un avvocato, con davanti un’ordinanza di 2000 pagine e un fascicolo di 200.000?». «Devo ringraziare – aggiunge – il sostegno dei compagni di cella e le guardie. E poi gli amici e i conoscenti che mai hanno dubitato di me»




Dottor Mazzitelli, dopo un anno agli arresti, com’è stato svegliarsi da persone libere?

È difficile descrivere le emozioni che si provano nel riacquistare la libertà dopo 12 mesi di improvvisa privazione fisica e mentale di tutto ciò che hai, o che fai, anche delle cose più banali. È un po’ come rinascere, soprattutto mentalmente. Si comincia per gradi, dagli affetti che incontri appena uscito e verso i quali hai un approccio fisico, tattile, poi le cose quotidiane. Ancora oggi, dopo un mese di vera libertà ho sensazioni nuove ogni giorno. Purtroppo, si resta in uno stato di ansia latente: sei sempre fra il presente ed il passato, fra il sogno e l’incubo. L’aspetto confortante è constatare che a poco a poco ci si “riabitua” alla libertà: sembra un concetto un po’ folle ma è così.


Che ricordi restano?

Per trovare risvolti positivi in una simile vicenda bisogna scavarsi dentro profondamente e non è facile. Io lo faccio tutti i giorni ma non ho ancora trovato risposte. Innanzitutto, ed è un dato incredibile, ricordo tutto con una memoria fotografica sorprendente, dico veramente tutto; potrei descrivere ogni istante di quei momenti con precisione assoluta. Voglio anche aggiungere che nel mio caso, come in quello di altri, si tratta di persone incensurate quindi c’è un problema personale ma anche diciamo così “intellettuale” per chi nel sistema ha vissuto in maniera specchiata per 50 anni. Ribadisco, non è solo un concetto etico che può sembrare personale e fine a se stesso, ma anche giuridico che si chiama “presunzione di innocenza” e “incensurati”. Con il tempo, la riflessione e gli affetti magari tutto si normalizzerà, ma certamente la storia non si cancella e credo sia anche giusto così.


La sua esperienza del carcere?

Il primo impatto è devastante, ti ritrovi in un ambiente chiuso e soffocante; l’isolamento è qualcosa di terrificante che genera reazioni, credo, anche chimiche; non puoi appellarti a nulla, non hai contatti, non sai cosa succede, nessuno ti informa di niente. Chiudono anche la porta esterna blindata e si è tagliati fuori dal mondo; dopo un paio di giorni gli altri detenuti, in specie i lavoranti, ti offrono un caffè la mattina e durante il rancio si preoccupano che mangi, insomma ho trovato grande solidarietà; devo aggiungere che per me ci sono voluti 9 giorni per andare in cella con gli altri; a quel punto, in qualche modo, si ricomincia a vivere, con persone che ti manifestano da subito, nella maggior parte dei casi, affetto e cortesia. Ti aiutano, consigliano e stimolano: ecco quello è stato un sollievo enorme. Anzi vorrei approfittare per mandare un grazie sincero ai miei compagni di cella. Mi ha impressionato la maturità di queste persone, anche giovani, cui ti puoi appoggiare perché si fanno carico dei tuoi problemi, non lo dimenticherò mai. Ho trovato solidarietà anche nelle guardie di custodia, in alcuni casi quasi un’amicizia; sono persone che fanno un lavoro duro, spesso non gratificante. Per questo vanno rispettati e, per quanto mi riguarda, ringraziati. Ci sono molti luoghi comuni sul fatto che gli agenti commettano delle vessazioni. Nei sei mesi di carcere non ne ho avuta diretta esperienza. Certo, ci sono anche esempi negativi, ma in generale no. Le domande, semmai, vanno poste sul “sistema della giustizia”: è giusto il carcere per ragazzi di 20/25 anni condannati per furtarelli, quasi sempre a scopo di droga? A che serve? Che senso ha? Quasi sempre, poi, questi ragazzi vengono rimessi in libertà senza adeguato sostegno. Poi ci sono troppe cose che non vanno: strutture mediche deficitarie e carenti, c’è l’aspetto dei colloqui, limitati e senza privacy, specialmente per coloro che hanno anni di permanenza nella struttura; infine i trasporti che sono davvero allucinanti: perché, mi chiedo? Che ci vuole? Non sarebbe difficile fare meglio. Per questo spero di poter fare qualcosa quando il mio incubo personale sarà finito.


E sui domiciliari?

Qui c’è un discorso personale ed uno giuridico, di sistema. È evidente che i domiciliari rispetto al carcere sono qualcosa di profondamente diverso, il semplice contatto con la famiglia è un sollievo enorme, così come il ritrovarsi in un ambiente conosciuto come la tua casa. Dopo pochi giorni, però, il sollievo svanisce e si tramuta in insofferenza per la costrizione, i controlli notturni, le limitazioni e le paure a cui sottoponi anche chi ti sta vicino. E questo è il discorso personale. Poi c’è l’aspetto giuridico della custodia cautelare: è una brutalità indegna di un paese civile, che andrebbe applicata solo in casi gravissimi e adeguatamente motivati. Non certo il mio caso personale. Anche perché, ed è un aspetto a volte sottovalutato, si riflette sulla capacità di difendersi adeguatamente, per le limitazioni cui sei sottoposto. Ad esempio, in un procedimento della complessità di quello in cui sono coinvolto, è assolutamente necessario l’esame di ingenti mole di carte, di colloqui con gli avvocati, hai bisogno anche della lucidità per dimostrare la tua innocenza: sono tutte cose che il carcere e l’afflizione che comporta rischiano di pregiudicare. Una persona non può arrivare al processo in queste condizioni, si crea un’asimmetria insopportabile fra accusa e difesa. C’è poi un altro aspetto: nel nostro/mio caso ci è stato sequestrato tutto, nonostante l’evidenza che non abbiamo ricevuto nessun utile personale dall’operazione, sia diretto che indiretto; insomma, in questo momento non ho nessuna disponibilità economica e solo grazie all’aiuto di famigliari ed amici riesco a soddisfare le piccole esigenze quotidiane. Pensi solo agli avvocati? Ho la fortuna di avere amici che mi sostengono, ma è una casualità: il sistema non deve e non può consentire questo.


Cosa pensa del suo futuro?

Oggi c’è solo il quotidiano. Ha detto bene l’ingegner Comito sul vostro blog: la sanità mentale richiede di concentrarsi sull’oggi, sul processo, sul recupero del rapporto con la famiglia, sul rassicurare i figli. Si vive in una situazione di temporaneità ed instabilità, legate al processo; cerco di concentrarmi lo stesso: è troppo grande la voglia di dimostrare la mia totale innocenza ed estraneità ai fatti. La delusione è il dover constatare che c’è un sistema brutale, nel quale va pure messo in conto il perverso rapporto fra media e inchieste giudiziarie: un sistema che vive di slogan, che non fa domande, che banalizza i lati umani e tecnici delle vicende, a parte qualche rara eccezione. Poi, nel mio caso, è stato anche alimentato dall’azienda per cui lavoravo che ha fatto pubblico sfoggio di opportunismo. Non è un problema di immagine, ma di equilibrio di valori. La stampa non può rivendicare diritti costituzionali di libertà se poi li usa a scopi puramente commerciali. In questo contesto, il mio futuro ha solo tante domande, ma sono convinto che troveranno adeguata risposta. Ci vorrà tempo e pazienza.


Ha ancora fiducia nella giustizia?

È un tema complicato. La convinzione è che, alla fine, il dibattimento consentirà un corretto esame della situazione; questo mi dà un senso di sollievo, pur in un contesto complesso: il fatto di poter “dibattere”, di potersi esprimere, confutare ed essere ascoltati è importante. Sono stato un anno in silenzio: ho sentito di tutto, dai magistrati inquirenti, dagli organi di polizia giudiziaria, dalla stampa, dall’azienda per cui lavoravo, senza poter esprimere e contestualizzare: insomma, un muro. Il dibattimento, da questo punto di vita, è una liberazione. E non è solo un tema processuale: innanzitutto lo Stato, il legislatore e di conseguenza noi tutti, dobbiamo capire e decidere se vogliamo porre al centro del sistema il cittadino/persona o lo Stato. Sembra scontato, ma purtroppo nel tempo si è spostato il centro verso lo Stato burocratico ed i diritti individuali vengono calpestati. Purtroppo ci si rende conto di questo quando si rimane intrappolati: è mai possibile che si possa arrivare ad un colloquio di garanzia con il GIP senza l’assistenza dell’avvocato, con un’ordinanza di 2000 e più pagine e un fascicolo di 200.000 pagine? Che un’udienza del riesame duri 5 minuti? Che nei fatti venga sconvolto il principio cardine di presunzione di innocenza che dovrebbe essere sacro? Tutto previsto dalla legge, ma è proprio questo il punto: il sistema non offre più garanzie. E non è accettabile dire che il dibattimento alla fine sana tutto, perché ci si arriva in misura sproporzionata fra accusa e difesa con conseguenze anche sul processo e perché il danno fatto alle persone può essere irreparabile.


Qualcos’altro che vuole dire?

Sì, soprattutto un grazie al vostro Blog, così aperto ed attento, grazie agli amici e ai conoscenti che mai hanno dubitato, grazie ai parlamentari e giornalisti che si sono interessati alla mia/nostra vicenda con discrezione senza interferire ma cercando almeno di capire e di porre la persona al centro del problema e una dedica affettuosa ai miei figli ed ai miei cari. La mia unica risposta può essere solo di dimostrare la mia totale estraneità a questa vicenda.


1.394 Commenti a “Fattore Umano | Stefano Mazzitelli: «Il carcere? Un impatto devastante»”

  • Gabriella:

    Dr. Mazzitelli, a distruggere la credibilità di una persona, proprio come avviene per un brand , bastano una notizia e pochi minuti, a ricostruirla molto di più, ma l’ assoluzione è dalla sua parte.
    Penso che Lei saprà mettere la grinta e l’ energia con cui ha diretto Telecom Italia Sparkle al servizio di questo improrogabile e necessario obiettivo, circondato dall’ affetto e dalla vicinanza dei suoi cari e dei suoi amici.
    Le auguro un proseguimento il più sereno possibile della sua vita privata e familiare e di aprire presto un nuovo, gratificante capitolo della sua vita professionale. In bocca al lupo.

    • stefano mazzitelli:

      Grazie la cosa che mi lascia più rammarico è che con Sparkle era stata costruita una azienda leader come poche in Italia con processi e persone degni del massimo rispetto. C’è chi non ha capito e chi non ha voluto capire dentro e fuori l’azienda. Un abbraccio a te
      Stefano

  • Lorella:

    Caro Stefano, ho seguito la tua storia con grande amarezza…

    Sono contenta che finalmente tutto si sta risolvendo per il meglio e sono certa che, con il supporto dei tuoi cari, ritornerai a fare grandi cose!

    Un abbraccio,

    Lorella

  • marco:

    Stefano,

    siamo certi della tua onestà e della tua dignità umana e professionale che per me e tanti altri che hanno avuto il piacere di conoscerti e di collaborare con te costituiscono da sempre un punto di riferimento e d’orgoglio.

    Sono convinto che non tarderà il momento in cui tutti gli altri te ne sapranno rendere merito.

    Marco

  • giovanni:

    La lucida rappresentazione di Stefano Mazzitelli mette in luce alcuni degli aspetti più emblematici di questa vicenda. Tra i problemi più gravi quello dell’insufficienza di un effettivo pubblico controllo sull’esercizio dell’attività giudiziaria. Il dott. Mazzitelli riguarda il problema rilevando un’insufficiente (è un eufemismo) indipendenza dei media nell’analisi delle vicende giudiziarie. Ma io mi chiedo se, quando si critica il “sistema giudiziario”, non ci si debba spingere anche a chiedersi se, senza sconsiderati fanatismi e senza fare crociate, debba essere rivista in toto la normativa in materia di illeciti disciplinari dei magistrati.
    Fermo il fatto che son fermamente convinto che fra i magistrati (giudicanti e requirenti) vi sia una maggioranza di persone equilibrate, dotate di senso dello Stato, di spirito di sacrificio e di grande competenza, mi chiedo per quale motivo non si abbia il modo di perseguire l’avventurismo, la mancanza di rispetto per le regole, la neghittosità e l’incompetenza dei pochi, restituendo credito ad un’Istituzione che è e che deve restare indipendente.
    Al termine di questo processo, per ora, c’è una sola certezza: anche chi è completamente innocente avrà subito un danno enorme.

  • stefano:

    E’ un po’ che non commento perché mi sembra di aver già detto tutto il possibile e ripetersi alla fine è come ascoltare l’eco della propria voce: aumenta il senso di impotenza. Riflettevo anche sull’insano gesto del candidato milanese che ha fatto affiggere i manifesti con quello slogan fuori dal mondo: è la dimostrazione che i togaparty fanno un danno enorme, oltre che ai cittadini, alla magistratura stessa. Possibile che gli stessi magistrati non si ribellino all’onta che questi signori infliggono alla loro professionalità?! E’ davvero disarmante pensare che tutti, ma proprio tutti, siamo in balìa di questi signori, fino alle estreme conseguenze. E si che Tangentopoli ne ha fatti di morti, ma pare che non siano bastati: anzi, i responsabili morali di quegli eventi blaterano da giornalisti, da opinionisti, da politici. A danno si aggiunge danno.

  • Stefania:

    Caro Stefano proprio oggi su tutti i giornali si parla del caso Parmalat esempio emblematico di come la 231 , così come è oggi, possa solo creare ambiguità e problemi.
    Dopo 7 anni è stata fatta giustizia: i dirigenti delle banche hanno agito secondo la procedura, nessun agiotaggio ma molti, nel frattempo, avevano pattegiato. E ci sono voluti 7 anni!
    Avete fatto bene a non patteggiare e dovete continuare a lottare per la Vostra innocenza!
    E’ dura e lo sarà ancora, è un percorso difficile ma in Italia è l’unico possibile.

    Anche se questa vicenda è diversa colgo comunque una forte affinità di fondo; speriamo che possa essere di buon auspicio!

    con grande partecipazione,

    Stefania

Lascia un Commento

Newsletter
Iscriviti alla newsletter di silvioscaglia.it




ebook il caso scaglia

Perché un blog?

“Questo Blog è dedicato alla figura di Silvio Scaglia, imprenditore ed innovatore, protagonista di start up (Omnitel, Fastweb, Babelgum) oggi impegnato in nuove sfide come il rilancio de La Perla, marchio storico del made in Italy. E' un luogo di informazione e di dibattito per tutti gli stakeholders (dipendenti, collaboratori, clienti) ma anche comuni cittadini che hanno seguito le vicende in cui Scaglia, innocente, si è trovato coinvolto fino alla piena assoluzione da parte della giustizia italiana.” - Stefania Valenti, Chief Executive Officer Elite World