Legal Day, dal cinema alla realtà


A Busto Arsizio (Villa Calcaterra) una giornata e un concorso dedicati ai molti casi di “giustizia ingiusta”. A colloquio con l’avvocato Remo Danovi, autore del libro Processo al buio, lezioni di etica in venti film


Chissà se lo hanno mai detto al bellissimo Paul Newman, protagonista de Il Verdetto (regia di Sidney Lumet, 1982), nel ruolo di brillante avvocato finito poi alcolista, che nella fantasia cinematografica commetteva almeno un “reato deontologico” ogni due minuti: circa cinquanta, in poco più di un’ora e mezza. Ma è partendo da questi esempi che l’avvocato Remo Danovi ha insegnato per vent’anni agli studenti della Statale di Milano proprio Deontologia Forense, cioè a dire come dovrebbe comportarsi un avvocato nella realtà e non nelle pellicole hollywoodiane. Per la precisione, storie e casi simili di “trasgressione” deontologica potrebbero riempire una cineteca anche per magistrati, giornalisti e (ça va sans dire) uomini politici.


Fatto sta che il lavoro certosino, di analisi di scene e sequenze di alcuni dei legal thriller più famosi della storia del cinema, a caccia non dell’assassino ma delle “scorrettezze di legalità”, è racchiuso in un libro Processo al buio, lezioni di etica in venti film (Feltrinelli), di cui si parlerà quest’oggi nell’ambito del Legal Day che si tiene a Villa Calcaterra di Busto Arsizio.






Spiega l’avvocato Danovi: «Volevo farmi capire dagli studenti e ho trovato in film e romanzi la chiave per dare giusta enfasi al tema dell’etica professionale, per chi opera nel mondo della giustizia». Un esempio? Si pensi ancora a Paul Newman, che scorre i necrologi della sua città e si presenta a casa dei familiari, commettendo il reato di “accaparramento della clientela”. Proprio negli Usa circola una battuta: dietro a ogni ambulanza c’è un motociclista che segue col casco. Appunto, un avvocato a caccia di cause.


Ma veniamo alla realtà del Bel Paese. «Sono tra coloro – dice Danovi – che se nella vita ha avuto un buon motivo per criticare magistrati e avvocati lo ha sempre fatto, mai tuttavia per parlar male della giustizia. Sono due piani diversi e vanno tenuti distinti: la giustizia è un pilastro che va sempre salvaguardato». «È fondamentale – aggiunge – che sia così, anche se ci sono anomalie, anche se la presunzione d’innocenza non viene sempre tenuta nel giusto conto. In questo caso, penso sempre all’Affaire Dreyfuss, un ufficiale di artiglieria accusato ingiustamente e trattato da presunto colpevole nella Francia sul finire del XIX secolo. Allora, fu lo scrittore Emile Zola con le otto pagine del suo J’accuse a restituire dignità di parola alla vicenda».


«Certo – insiste Danovi – l’errore giudiziario è sempre possibile, fa parte del gioco; altra cosa sono le tesi pre-costituite o gli schieramenti “mediatici” dove vince la logica del tifoso sugli spalti. Insomma ci vorrebbero più serenità ed equilibrio da parte di tutti, perché la “verità”, come ho cercato di spiegare ai miei studenti con le immagini di quel capolavoro della storia mondiale del cinema che è Rashomon (regia di Akiro Kurosawa, 1950, ndr.) richiede molta attenzione per essere raggiunta».


La conclusione? «C’è un oggetto smarrito nel nostro Paese – termina Danovi – si chiama etica. Dobbiamo recuperarla, a tutti i livelli».



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