Maurizio Tortorella: «Come i processi mediatici e di piazza hanno ucciso il garantismo in Italia»


Alzi la mano chi sa che in Italia, per legge, è proibito pubblicare foto di imputati in manette. Un ricco premio a chi sa indicare l’ultima condanna ad un mezzo di informazione per aver infranto questa norma. Anche così, con un riferimento ad una classica “grida manzoniana”, si può avvicinarsi alla lettura de La gogna di Maurizio Tortorella, vicedirettore di Panorama, che potremmo definire la prima storia della “moderna ingiustizia in Italia”, Paese che, nel corso degli ultimi vent’anni, ha progressivamente sostituito la giustizia dei tribunali, senz’altro imperfetta e lenta ma pur sempre giustizia, con quella sommamente ingiusta della ribalta mediatica, abilissima nello sbattere “mostri” in prima pagina



Maurizio Tortorella ha così scritto un’opera di cui si sentiva la mancanza: l’analisi del trattamento che i media riservano alla giustizia. Ovvero, per dirla con il sottotitolo del libro (Boroli editore, 160 pagine, 14 euro), in uscita il prossimo 14 luglio, «Come i processi mediatici e di piazza hanno ucciso il garantismo in Italia». Una lunga carrellata da Calogero Mannino, il ministro «mafioso», e il suo calvario durato 18 anni. Guido Bertolaso, condannato sui giornali ancora prima che il processo avesse inizio. Giuseppe Rotelli, il «Re delle cliniche private» accusato per quat tro anni di un’odiosa truffa sanitaria, ma poi assolto in totale silenzio. Ottaviano Del Turco, il governatore abruzzese azzoppato per una tangente di cui ancora non c’è traccia. Antonio Saladino e le follie dell’inchiesta “Why Not” dell’ex PM Luigi De Magistris, oggi sindaco di Napoli. Alfredo Romeo, gli assessori e la mezza bolla di sapone del “caso Magnanapoli”. Un posto di rilievo, in questa carrellata, non poteva non toccare a Silvio Scaglia.


«È assolutamente così – commenta Tortorella – anzi, una delle ragioni dell’indignazione che mi ha spinto a scrivere questo libro è il trattamento osceno che i colleghi dell’informazione hanno dedicato Silvio Scaglia. Un cittadino che, come ha fatto l’ingegnere si presenta senza indugi al magistrato che indaga su di lui rientrando da un comodo rifugio all’estero merita attenzione e rispetto».







Invece…

Invece niente. Un disinteresse assoluto nei confronti di un cittadino che era, non dimentichiamolo, un presunto innocente.  Cosa che i giornalisti non hanno nemmeno preso in considerazione.Se andiamo a rivedere i giornali di quei giorni ci imbattiamo in articoli fotocopia che attingono ad una fonte sola, quella dell’accusa. Naturalmente in pillole, perché ormai è prassi consolidata svolgere indagini infinite, accumulare faldoni e faldoni di materiale da cui estrarre un piccolo riassunto ad uso e consumo dei giornali.


Che non trovano nulla da eccepire. O no?

La voce della difesa non compare quasi. Salvo le due o tre righe in fondo, tanto per compiacere l’avvocato che un giorno potrà tornare utile come fonte. Ma ormai è scomparso il gusto dell’inchiesta o, quantomeno, il confronto con tutte le fonti.


Il risultato?

Una volta esaurita l’ondata di fango alimentata dal materiale raccolto dall’accusa, scende il velo del silenzio. Senza che l’informazione si faccia domande a tutela del cittadino e della libertà. C’è voluto un articolo di Paul Betts sul Financial Times per ricordare, senza voler entrare nel merito delle indagini, l’esistenza di diritti fondamentali. Soprattutto a vantaggio di un cittadino che aveva dimostrato di credere nella giustizia. Invece, i grandi quotidiani italiani hanno steso un velo di silenzio, più o meno imbarazzato. Il Corriere della Sera si è mosso con grande circospezione. Altri non si sono mossi affatto. E si sono rifugiati dietro un silenzio stizzito. Ma la cortina del silenzio, dopo tanto fango, è una nuova ingiustizia. Penso a Scaglia, ma anche ad Ottaviano Del Turco, arrestato davanti alle telecamere, protagonista di un filmato che per mesi ha fatto il giro delle tv private. Ma di quella tangente non c’è alcuna traccia.


Così come non trova alcun riscontro, a seguire il processo per “l’Iva telefonica”, la leggenza della truffa da due miliardi. Eppure quella cifra ha legittimato titoli a caratteri cubitali, l’attenzione dei fotografi e così via.

Già, senza alcun rispetto per un imprenditore che ne meritava assai. Nel libro mi soffermo sulla storia dei due miliardi che alla fine, nel caso di un ipotetico coinvolgimento di Fastweb ancor tutto da dimostrare, si riducono ad un cinquantesimo di quella cifra.


Ma da dove nasce questa decadenza del giornalismo investigativo?

Io penso che all’origine ci sia la riforma del codice. Per paradosso, tutto funzionava molto meglio prima. Oggi, negli uffici delle procure, si dispone di una macchina potentissima, che ha alle sue dipendenze la polizia, la guardia di finanza e detta la sua legge ai cosiddetti magistrati di garanzia, a partire dai tribunali della libertà fino ai GIP. Una macchina che esercita la sua influenza incontrastata sui cronisti giudiziari che ormai non conoscono altra forma di informazione.


La correzione di rotta, insomma, deve passare da una riforma che riequilibri il peso delle parti, restituendo dignità alla difesa. Ma questo non bastya a superare il nodo della giustizia spettacolo.

Vero. Il problema, del resto, non è solo italiano. Prendiamo il caso Strauss Khan, che ha dimostrato in maneira efficace la superiorità di un sistema giudiziario che garantisce pari dignità alla difesa. Anche qui, però, c’è stato un eccessivo sfoggio di manette davanti alle telecamere. Un passo indietro per un sistema che dal 1935, dopo il clamore mediatico sollevato dal rapimento di Baby Lindbergh, ha vietato l’ingresso dei mezzi di ripresa dalle aule dei tribunali per evitare che il clamore mediatico condizionasse la giustizia.


Certe volte, il progresso consiste nel guardare alle proprie spalle.




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“Questo Blog è dedicato alla figura di Silvio Scaglia, imprenditore ed innovatore, protagonista di start up (Omnitel, Fastweb, Babelgum) oggi impegnato in nuove sfide come il rilancio de La Perla, marchio storico del made in Italy. E' un luogo di informazione e di dibattito per tutti gli stakeholders (dipendenti, collaboratori, clienti) ma anche comuni cittadini che hanno seguito le vicende in cui Scaglia, innocente, si è trovato coinvolto fino alla piena assoluzione da parte della giustizia italiana.” - Stefania Valenti, Chief Executive Officer Elite World